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Pensiero unico privilege: il Manifesto e divisione nelle sinistre

Strane divisioni accadono fra i chierici di sinistra.

Pare avverarsi in modo “sinistro” la ben nota profezia di Pier Paolo Pasolini: “Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo. E i suoi chierici saranno chierici di sinistra”.

Il manifesto pubblicato su Harper’s Magazine e firmato da 150 intellettuali è il vessillo della spaccatura sempre più netta nelle fila della sinistra, non solo americana bensì di tutto il globo, il focus è quello su cui già da anni insistevano i pochi intellettuali additati a streghe e stregoni: e proprio di tale caccia alle streghe 2.0, di tale censura totale ad opera dei “combattenti” e giustizieri sociali, il manifesto si fa porta voce. Il caso di George Floyd, il razzismo endemico, i tweet su alcune insensatezze- vedi l’utilizzo del termine “persona mestruata” in luogo di donna- in tema transgender di J. K. Rowling, hanno fatto scoppiare il calderone dell’incoerenza insita nei vari accusatori dei privileges.

Proprio questi ultimi, si badi bene, in nome di sacrosanti nuovi diritti sembrano voler cancellare uno fra i diritti vecchi e forse il più importante nelle realtà democratiche: il diritto di parola.

Stiamo vivendo, maggiormente in quest’ultimo mese, immersi in un limbo oscuro dove non sono messe al bando o punite, con le pene previste dagli ordinamenti, solo le esternazioni dichiaratamente razziste e gli episodi che ne conseguono, le discriminazioni di genere e così via: a subire lo stigma paradossale della sinistra sempre più radicale è qualsivoglia pensiero, scritto, creazione, che non corrisponda in toto al pensiero unico. Stiamo parlando in sostanza di esseri umani che, in democrazia, perdono il lavoro e subiscono linciaggi della peggior specie per aver espresso un pensiero politico personale.

Sulla furia iconoclasta leggi: La storia insegna, ma non ha scolari

Ma se ce lo saremmo aspettati dalla destra radicale, la censura si sta ampiamente diffondendo anche nella nostra cultura: una intolleranza alle visioni opposte, la moda di esporre al pubblico ludibrio o di ostracizzare, la tendenza a dissolvere complessi temi politici in una accecata certezza morale. Noi sosteniamo il valore di un robusto e anche caustico diritto di replica oppositiva da qualunque parte. Ma ora è fin troppo frequente imbattersi negli appelli a repentini e persino severi castighi come punizione per discorsi o pensieri percepiti come lesivi.

In pratica i tolleranti sono diventati intolleranti, si son trasformati in promotori d’odio, zittendo tramite metodi aggressivi e di censura degni di leggi primitive. Non è curioso- motivo per il quale nottetempo dissi che sinistra e destra sono facce della stessa medaglia- che le firme del manifesto anti politically correct provengano dagli stessi sostenitori della battaglia BLM dell’ala democratica? Che, forse, non sia un segnale inequivocabile e fortissimo del fatto che le punizioni imposte agli stregoni 2.0 abbiano fondato un ulteriore movimento, ragionevolissimo, di protesta? Che non sia un’ulteriore prova del fatto che la degenerazione possa prendere avvio da motivi validi come la tutela degli indifesi? Ancora, dell’egemonia del pensiero unico che mina le nostre più sacre libertà, qualunque sia il colore della bandiera?

Su chi, davvero, ricadono le lesioni?

Il vulnus per l’ala del pensiero unico è rappresentato dalle lesioni– un termine nel contesto molto vago- alla sensibilità del soggetto o della comunità protagonista di un dibattito, specifico, educato ma opposto ai propri dictat.

Il vulnus per gli “incorrect” è oltre al pericoloso perire della libertà di parola, un mutare profondo delle propria vita:

Ci sono editor che vengono licenziati per aver pubblicato pezzi controversi; ci sono libri ritirati dal commercio per presunte inautenticità; ci sono giornalisti a cui viene impedito di scrivere su certi argomenti; ci sono professori che finiscono sotto accusa per aver letto brani di letteratura in classe; un ricercatore viene espulso per aver fatto circolare la revisione di uno studio accademico; e i capi delle organizzazioni vengono rimossi per ragioni che spesso non sono altro che maldestri errori. Qualunque siano le argomentazioni attinenti a ciascun caso, il risultato è stata una drastica riduzione dei limiti di ciò che può essere detto senza la minaccia di una rappresaglia. Stiamo già pagando un caro prezzo a causa dell’odio che si riversa su quegli scrittori, artisti e giornalisti che temono per la propria vita se osano prendere le distanze dal consenso o addirittura se mancano di sufficiente zelo nel manifestare il loro accordo.

Sempre più monologanti

Ben oltre le fazioni all’interno della stessa casata, aldilà dei riscontri dolorosi in cui nel clima di terrore ricadono vite umane, quel che mi allarma è la deriva di circolo chiuso cui nel mondo assistiamo dagli anni 2000, il cibo principale di cui si nutrono i populismi, per definizione poco ragionati e sempre più dannosi. Arriviamo oggi ad una sorta di politica che è antipolitica poichè nega il concetto stesso di uomo come zoon politikon, fenomeno sottile e difficile da individuare ma forte negli effetti a lungo termine in società.

Il sito web da cui scrivo, Antigone Magazine, fu battezzato col nome di un’anti- eroina morta non per ragioni totalmente sbagliate, bensì per il mancato dialogo con la parte opposta: Creonte.

Ebbene credo bisogni fare molta attenzione a catalogare come discriminatorie o lesive parole espressione di un inviolabile pensiero politico personale, si faccia molta attenzione al discrimine che esiste fra diritto di parola e/o diritto di critica e pensieri stigmatizzanti.

Credo con ogni parte di memoria filosofica che senza logos rischiamo di immobilizzarci in guerre e censure, di trasformarci o non svegliarci più da quello stesso stato di esseri monologanti che distrusse Antigone e Creonte.

A fortiori tutti i temi importanti per la vita dei consociati, per raggiungere l’equità sociale, devono essere trattati non con il bavaglio del pensiero omologato, ma con discussioni che sfocino in nuovi orizzonti per entrambe le parti.

 La restrizione del dibattito, che provenga da un governo repressivo o da una società intollerante, finisce inevitabilmente per far male coloro che non hanno potere e fanno sì che ciascuno perda la propria capacità di partecipazione democratica. Le cattive idee si sconfiggono con l’esposizione, le argomentazioni e con la persuasione, non mettendole a tacere o facendole scomparire. Noi rifiutiamo che ci venga imposta la falsa scelta tra giustizia e libertà, perché nessuna delle due esiste senza l’altra. Come scrittori abbiamo bisogno di una cultura che abbia stanze per sperimentare, prenderci dei rischi, e anche commettere errori. Abbiamo bisogno di preservare la possibilità di un onesto dissenso senza tragiche conseguenze professionali.

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Published in Attualità Politica

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