C’è sempre meno spazio per l’uomo

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Fino a dieci anni fa andare a cena o a pranzo fuori significava ancora entrare, il più delle volte, in una dimensione fatta di calore umano.

Un momento di cura per sé, un appuntamento. Un tempo piccolo ma riempito di premura, attenzione, o almeno gentilezza.

Il tempo della lentezza di Milan Kundera, non la lentezza performativa di Instagram, l’ozio del fine settimana, la possibilità di stare senza essere spinti via.

Dentro la stessa dinamica rientra anche l’ora in palestra: uno spazio per sé accessibile in qualsiasi momento della giornata.

Oggi sempre più attività funzionano per slot e prenotazione che portano un carico di ansia da click, e allora questi imprenditori che impongono timer (per arrivare, mangiare, andare via) che rispondono con scortesia anche di fronte all’educazione, che esercitano con arrogante impreparazione il loro mestiere, mi pongono davanti a una tristezza assoluta.

Perché in fondo sono un esempio plastico di cosa è diventato lavorare, e di cosa è diventato relazionarsi con le persone.

Kundera scrive: “il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”.

Se lo applichiamo su larga scala, è esattamente il principio che ci definisce: individui che corrono per prenotare un tavolo instagrammabile, che mangiano in fretta prima che scada il tempo, che accettano anche di essere trattati male.

E i ricordi restano impressi solo nella galleria del telefono.

So bene che l’attività commerciale non è uno spazio pubblico, ma è ormai l’altra faccia della trasformazione dei luoghi che dovrebbero essere attraversabili, vivibili, pubblici.

Luoghi resi inospitali alla sosta: senza panchine, o con divisori per impedire di dormirci; senza sale d’attesa nelle stazioni principali.

Allo stesso modo delle scelte degli imprenditori, anche le geometrie delle città, le forme dei quartieri, diventano inadatte a ospitare. C’è sempre meno spazio per l’uomo.

Ecco perché ricordavo in questi giorni un pranzo d’estate in Piazza San Fedele:

una ragazza sconosciuta che mi rivolge la parole con tantissima grazia, e sorridere per un passerotto entrato dalla finestra a beccare le nostre briciole. La possibilità di fermarci abbastanza a lungo da condividere qualcosa che non serve a niente e a nessuno.

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