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La poesia di Renée Nicole Good sta circolando ovunque dopo la sua morte, e mi sembra confermare un paradosso crudele: il linguaggio che esprime la vita acquista piena rilevanza solo quando la vita è stata sottratta. Lo so che detto così può sembrare retorico e canzonatorio, ma cerco di spiegare meglio.
È come se la poesia — e con essa ogni forma di senso non immediatamente funzionale — fosse relegata a un uso postumo, commemorativo, mai quotidiano. Non è pratica, è reliquia. Non è respiro, è prova di essere stato. Eppure, proprio quella poesia, Sull’imparare a dissezionare i feti di maiale, termina con un richiamo radicale alla materialità dell’esistenza: l’incontro tra ovulo e spermatozoo, la vita ridotta al suo innesco biologico, e tutte le piccole cose che muoiono dentro di noi. Forse sono quelli i veri momenti della vita umana oggetto di memoria: non l’atto in sé, ma ciò che si spegne mentre viviamo.
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