Hai tutto il tempo del mondo


Penso più spesso del solito che avere vent’anni sia un onere non precisato: a vent’anni devi divertirti, qualsiasi cosa si intenda per divertimento; a vent’anni hai da studiare così tanto che hai poco tempo da dedicare a quello che vorresti fare. Poco tempo, insomma, per sviluppare le idee che hai. E, ad ogni modo, per quanto ti impegni, sei sempre in ritardo o in difetto sul grande tabellone.
Qualche tempo fa, in sede d’esame, qualcuno mi disse con tono dispregiativo e di scherno che stavo interpretando un punto (uno solo); che certo avevo compreso e studiato, ma avrei dovuto essere più tecnica, su quell’unico punto. Tanto bastó a penalizzare un’ottima esposizione sulla materia oggettivamente meno tecnica del corso.
Peraltro, io avevo riportato la stessa opinione dell’autore del libro poiché ne condividevo il senso, ma non è questo il punto: tornai a casa in silenzio e alienata.
In fondo – pensavo – sono una persona metodica nello studio e in tutto il resto: non passa un giorno senza che studi o scriva o legga.

“Quando non scrivo sono morta, vediamo se rinasco.”
Era facile capire che il metodo non bastava, e neppure l’ordine: avevo scelto una strada che non mi combaciava a pieno ritmo, oppure ero io che “interpretando” non sapevo eccellere, o entrambe le cose. Ma tant’è, andare e proseguire: a vent’anni hai abbastanza tempo per terminare le cose, non troppo per ricominciare dall’inizio. Bisogna correre. E comunque, c’è sempre la speranza che si possa salvare qualcosa di quello che si è già fatto.
Quando tutto è più frenetico, torno a quella frase.
“Ha interpretato”, come se fosse una colpa. “Farsi interprete, portavoce dei sentimenti o delle idee di altri”: mi è sempre sembrata, al contrario, una cosa molto tecnica, un lavoro nobile, un’impresa rispettabile. Per me, la più rispettabile.
La percezione è quella che al mondo universitario, lavorativo, politico non serva interpretare né raccontare né parlare: servono robe preconfezionate e consegnate. Niente di nuovo, si intende.
Ora, queste sono ostilità davanti a cui passare con indifferenza, ma a me da sempre interessano le parole, le storie, il loro peso.
In loro ho trovato rifugio ed espressione.
In casa, in libreria, uso un ordine di colori e geometrie e schemi. Poi finisco puntualmente per avvicinare i libri seguendo simmetrie di sentimenti, equilibri di trame.
Altri giorni, quando tutto è già a posto e non so cosa sistemare, e non so cosa studiare per prima, e non so chi chiamare, la domanda: se sono io a usare un metodo nella vita, o è lui ad usare me. A usurare me.
Il perfezionista si usura da sé e non trova soddisfazione pure agendo bene, usa e riusa le storie e le parole; le partorisce o le abortisce. C’è da trovare la quadra, a vent’anni.
In alternativa, qualcuno che, di tanto in tanto, ti ricordi che hai tutto il tempo del mondo, e che la perfezione può essere tecnica e interpretazione insieme.

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