Sylvia, di Leonard Michaels – Adelphi


Sylvia Bloch, la prima moglie di Michaels, che si uccide con 47 Seconal, che non si ama, ama solo Leonard; Sylvia Bloch con un’intelligenza da promessa, mille vestiti che non le piacciono mai abbastanza e tanto indossa sempre gli stessi, per giorni, se la fanno sentire bene; Sylvia che è la follia permanente e Leonard che si domanda perché: perché l’amo? Perché continuo ad amarla? Sylvia che cucina spaghetti e li tira addosso, perché l’abbandono ha mille possibilità: pure una birra con l’amico, pure un’ora di lavoro.
L’ossessione è un buco a McDougal street infestato di scarafaggi e urla.
Michaels tratteggia la complicata situazione di due che si amano e si nutrono l’uno dell’altro, che formano una stanza di rabbia umiliazione e dipendenza.

“Anche se, in un certo senso, l’amavo e l’avrei sempre amata, la nostra vita insieme era un inferno e non avrebbe mai potuto essere diversa. Mi ripromisi di non dimenticarlo.”

La sensazione che impatta sin dalla prima pagina di “Sylvia” è una sorta di malinconia mista a dolcezza; l’orrore della sofferenza psicologica c’è, certo, in abbondanza. Eppure si rimane straniti da una sorta di empatia, di tenerezza, per questa bambina con lunghi capelli neri, una frangia a coprire gli occhi e nel complesso la rassomiglianza alle statue egizie. Quanta dolcezza nei racconti di Michaels: la stessa che cogliamo all’inizio la ritroviamo forse ancora più struggente al suo epilogo.

Quel che lascia instupiditi è l’equilibrio infernale in cui danzano marito e moglie, le umiliazioni e il “debito infinito” che sembra scandire la loro storia d’amore: dopo anni, “gli doveva ancora qualcosa”. Ed è, questo, un sentimento comune. Forse almeno una volta nella vita ci si è trovati ad amare e odiare allo stesso tempo, a sentire come se l’altro non facesse mai abbastanza.

Mi è stato facile provare comprensione per entrambi, non giudicare, solo domandare e replicare quei dubbi che sono gli stessi di Leonard: una volta che ami qualcuno, smetti mai di amarlo?

L’epilogo sembra dire di no, almeno ai miei occhi, e ad oggi mi sento di concordare.

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