Questa mia celeste estate


Se dovessi pensare ad un’estate perfetta, felice, appagata, non sarebbe composta solo di serate a vivere la vita con gli amici, quindi adiacente e perfetta ai miei vent’anni. Sarebbe un’estate cresciuta come uno spazio, un’interposizione, fra le risate ad un tavolo in legno vicino al mare e il ritorno alla libertà della mente. Lasciare in pace il cervello senza il peso delle scadenze sociali, solo l’esercizio alla presenza indisturbata, statica nel pensiero sereno e dinamica nel passo. E sarebbe poi, la mia estate, abitata da un luogo costruito semplice fra cielo e mare, e il sole col ronzio delle api e la lavanda a contrasto dei girasoli, e leggere, leggere senza fine. Con l’intervallo delle lunghe nuotate a rimembrare uno sport che mi gratificava. Una lettura senza fine col diritto di interrompere un romanzo senza sensi di colpi, iniziarne altri dieci, con le parole che costruiscono man mano castelli d’immaginazione bambina.

Da quando ho iniziato l’università sono invece una lettrice disordinata: ne inizio molti di libri, spesso classici, qualche volta non ne termino la lettura, li abbandono e ricordo che è un bene non forzare. Succede con le parole che non mi catturano. È accaduto poche volte che rimanessi sveglia di notte per terminarne uno (sempre d’estate): Agota Kristof, Stephen King, Zafón. Mi attira talvolta la geometria della saggistica, ma nell’ultimo periodo sopratutto, mi accorgo di aver bisogno di costruzioni di emozioni che facciano da volani al magico, lontano dalla realtà diventata dolorosa o fastidiosa da osservare. E mi torna in mente sempre, nelle letture più belle, e nel desiderio di leggere, la leggerezza della stagione estiva. Ne rivendico la spensieratezza, gli spazi vuoti da dedicare, la beltà della voracità verso infinite combinazioni di storie.

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