Non chiamatela fotografa di mafia

Non chiamatela fotografa di mafia

A Letizia Battaglia, letto dai suoi amministratori https://www.facebook.com/photo/?fbid=5084411411638389&set=a.306454859434092

Odiavi essere appellata come fotografa della mafia. Lo dicesti delineando col solito chiarissimo quadro, che i giornalisti di oggi s’inventano un accostamento di quattro parole e lo attaccano tutti in fila come pecore. Ma che vuol dire fotografa della mafia, dicevi, è una scemenza, io ho fotografato anche cose di mafia. E ogni scatto ai morti ammazzati era un pezzo di cuore strappato a te e alla tua amata Palermo, quella città che ti aveva fagocitata e della quale ti mancava il lezzo quando non c’eri. Palermo da respirare nei vicoli larghi o stretti, e da immortalare le sue bambine che tanto cercavi e amavi come cercavi te stessa e l’infanzia, la purezza portata via: bambine con gli occhi scuri, mediterranee, magrissime. Gli sguardi incattiviti dalla diffidenza o da qualcosa che tu non osavi conoscere, ma immaginavi, forse, perché l’avevi vissuto. Erano belle le bambine non ancora donne, non ancora madonne o prostitute. Pure e selvagge, gentili. Le tue donne, le donne di Palermo, le vedove e i magistrati: stavano davanti a te e al tuo obiettivo come fossero spogliati di vergogne. Con lo sguardo impavido e la sigaretta fra le dita. Con gli occhi chiusi come penitenti e rasserenate. Con le giacche e gli sguardi severi dei guerrieri soli. Con le caviglie gonfie per il lavoro duro.

Tu andavi nella militanza col passo di chi va al cuore delle cose ovverosia leggera ma pertinace. Tu avanzavi stranita dall’indifferenza o dall’insensibilità con la voglia di utilizzare la politica più vera e più antica, quella che salva le comunità. Tanto ti bastava per prestarti. Tanto serviva per dare un senso a quei pezzi di carta che amavi, e poi odiavi perché non rivoluzionavano nulla sul nascere, e poi invece le perdonavi perché amarle voleva dire amare la verità che raccontavano.

Negli anni strani, i nostri, quelli in cui tutto si è capovolto, tanto che i giovani fotografi sono disposti pure a cederle gratis pur di vedere il loro nome in piccolo, e questo quanto ti faceva ribrezzo, ti accusarono quando videro Lamborghini e bambine accostate. Eri una donna lacerata nella prima parte della sua vita, che donò gli anni della giovinezza e i primi passi della carriera a logiche fallocentriche: proprio tu, rivoluzionaria libera venivi additata e censurata.

Non ti chiuse la bocca Andreotti, e nemmeno la mafia, e neppure la ghigliottina moderna.

Tu, Letizia, trovasti il senso di Pound, della militanza artistica, della poesia catartica. In quello ti sei immersa, e noi per questo ti abbiamo amata.


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