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L’arazzo di Guernica rimosso dall’ONU, in piena coerenza coi tempi

Ha creato scalpore la volontà dell’erede Rockefeller di riprendersi, senza giustificato motivo, l’arazzo raffigurante La Guernica di Picasso che risiedeva nella sede Onu a New York dal 1984. L’opera stava a ricordare e sensibilizzare i diplomatici e gli operatori di pace sui rischi e gli orrori della guerra.

Colgo nel gesto che sicuramente sembrerà poco influente una curiosa fonte di riflessione, poichè nulla in verità sembra più adatto del rimuovere un memorandum degli orrori di guerra dal centro internazionale in cui dovrebbe lavorarsi, ai tavoli degli uomini politici nazionali, sul fornire a quei diritti umani non più mera dichiarazione, promessa di tutela futura, sul trasformare i diritti umani potenziali in diritti umani effettivi. Insomma al pari di quelli tutelati nei singoli Stati. Emerge, non da ora e non solo dalle vicende in Myanmar, tutta la debolezza del sistema internazionale che, ho sempre sostenuto, dovesse essere più forte dei singoli: non con l’idea del mostruoso Leviatano e quindi uno Stato dispotico unico per tutti, ma un organo legislativo dotato di potere coattivo, tale da prevenire o quanto meno reprimere le violazioni dei diritti contenuti in smaccati documenti, vergognosamente inutili rispetto ai più vecchi e incisivi Bill of Rights.

Non c’è speranza nell’effettività di diritti pretesi o dichiarati sulle carte internazionali senza un organo dotato di poteri in tal senso, si continuerà nel banale scenario dei thinkers di diritti deboli, tanto che potrebbe essere persino errato dal punto di visto terminologico la denominazione di diritti piuttosto che aspettative di diritti.

E’ chiaro da anni alla dottrina più autorevole che i diritti dell’uomo hanno vissuto un’involuzione: dal sistema nazionale forte (non dispotico) a quello debole internazionale che si regge talvolta sulla mera pressione sociale.

Per i diritti futuri

La storia ci insegna che le varie pretese nel corso dei secoli sono nate da esigenze sviluppatesi col cambiamento sociale, ad esempio, ad oggi nasce per noi e le future generazioni un diritto ad un ambiente salubre.

Dalla conferenza del 20 febbraio 2020 del Consiglio d’Europa:

“Nonostante l’assenza di espliciti riferimenti all’ambiente nella Convenzione dei diritti dell’uomo, la Corte ha chiaramente stabilito che il degrado ambientale e l’inefficienza nella valutazione dei rischi ambientali (…) possono portare a violazioni dei diritti umani fondamentali come il diritto alla vita, il diritto alla vita privata e familiare, il divieto di trattamenti inumani o degradanti e il diritto al pacifico godimento del domicilio”.

L’obiettivo, ha affermato, è “rafforzare la cooperazione per la protezione dell’ambiente, attraverso il Consiglio d’Europa, e trovare un equilibrio tra le esigenze di sviluppo e le necessità della natura per offrire un ambiente sano alle generazioni attuali e future”.

Alla luce dell’avanzamento tecnologico e sociale, dell’importanza nel sistema gerarchico delle fonti sovranazionali, sembra chiara l’esigenza di un adeguamento a tale posizione dei mezzi e strumenti internazionali, sia per la prevenzione che- ancora più importante lacuna- repressione e sanzionabilità delle violazioni da parte degli Stati. Resta da vedere se questa sia un’esigenza anch’essa invocata utopisticamente e impossibile, per gli stessi tavoli politici, da realizzare. Sarebbe forse ora di fare pressing a livello globale per una soluzione univoca piuttosto che per pseudo soluzioni centellinate.

Riproduzione riservata.

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Published in Attualità Jus

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