Non soprassedete

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“Se avete passato un quarto della vostra vita a studiare, laurearvi, prendere un dottorato, imparare una lingua in più e fare un master di specializzazione, chiamarvi «signora» o «signorina» è un modo per ricordarvi che la vostra competenza viene comunque dopo il vostro status civile in rapporto a un uomo.

Non credete a chi dice che «signora» è un segno di rispetto: nessuno, in un contesto professionale, chiamerebbe «signore» un uomo che ha un titolo di studio. Solo da voi si pretende che, prima di avere un perché, dobbiate specificare se nella vita avete anche un per chi.”

Michela Murgia, Stai zitta

Il femminicidio è diventato reato autonomo, ma non servirà a nulla. Se non si va ad incidere sul meccanismo pratico che, a dispetto del Codice rosso, porta tante a denunciare ma mai a vedersi riconosciuta una tutela in tempi celeri, elemento fondamentale nei casi di violenza di genere, se non si va a lavorare sul sistema culturale, sul tessuto sociale. Scuola, educazione al consenso, parità.

E poi, immancabilmente, ci chiediamo come possiamo fare ad agire nel quotidiano, ma le domande molto spesso non hanno come conseguenza una reale attenzione, un esercizio costante e quotidiano nei rapporti umani.

State attenti alle parole che vi affibbiano perché ciascuna delle parole con cui vi definiscono, come donne, come omosessuali, come grassi, come magri, come alti, come bassi… ogni volta che vi danno un’etichetta, una parola addosso, stanno dicendo in che rapporto di potere si sentono con voi.

Quindi, se quel rapporto di potere vi sembra in dislivello, lottate contro la parola anche.
Non dite che le battaglie sono altre, perché la prima cosa che dà forma al mondo è il modo in cui il mondo lo chiami.

Noi non chiamiamo le cose per come sono, chiamiamo le cose per come siamo.
In base a come le recepiamo in relazione a noi, le nominiamo.

Per cui, la percezione della propria normalità che fa vedere l’anormalità degli altri é molto pericolosa e la storia ci insegna proprio questo. Bisogna cedere alla realtà delle cose un po’ dell’arroganza che ti sei preso pensando di essere Adamo nel giardino dell’Eden e poter dare nomi a tutto fuori da ogni possibile relazione.

Tutte le volte che io scelgo una parola, un nome che fa del male all’altro, sto distruggendo la relazione.
Se non voglio che la relazione venga distrutta, dobbiamo arrivare insieme a un nome che rappresenti la verità di entrambi, ma soprattutto la verità della persona nominata senza ferirla.

Il problema è sempre la fatica che si fa a correggere le persone a noi vicine. Uomo o donna che sia il soggetto da cui proviene la diminuzione, la paternale, l’atteggiamento sminuente, il problema è sempre la giustificazione che tentiamo di appiccicare loro addosso. Sono fragili, con ferite emotive, oppure nervosi\e. Quando servirebbe solo dire cosa c’è di sbagliato, chè a volte non si è feriti, stanchi, nervosi. Si è solo stronzi e sottilmente gelosi o vogliosi di svalutare una donna, una ragazza, e che appunto si può farlo in diversi e meno evidenti (a chi non lo subisce) modi. E che spesso le stesse persone che tentiamo di giustificare sono se non false, quantomeno ipocrite e dedite a nient’altro di diverso dal proprio naso. Solamente che chi ha un privilegio di genere, di classe, di potere, fatica a sentirlo. L’esperienza me lo ha suggerito, l’insofferenza l’ha detto. (Semicit.)

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