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Oggi il problema è la mentalità mafiosa

Un modo di agire che nutre il sistema mafioso

Con la morte del capo dei capi non è morta la mafia, e soprattutto non è morta la mentalità mafiosa. 

Quando accenno alla mentalità di stampo mafioso intendo un modo di relazionarsi, di interagire della società civile con quella mafiosa, ormai radicato nel popolo italiano e che viene spesso omesso nello studio del fenomeno.

Zona grigia

Come ogni anno la commemorazione della strage di Capaci è adottata su larga scala. Giusto e lecito. Tuttavia, si omette di menzionare che nonostante la fase stragista sia terminata il fenomeno mafioso si è evoluto, è diventato più intelligente, giacchè riesce a sfruttare ottimamente le istituzioni. La finestra temporale e culturale che si pensa erroneamente chiusa con le stragi dei giudici, in realtà è ancora aperta ed anzi si è allargata come fenomeno endemico nel nostro Paese. Alcuni, sapientemente, parlano dell’unica soluzione adatta a contrastare il fenomeno, e in genere qualsivoglia manifestazione patologica nella società, e mi accodo all’appello: il contrasto deve partire dalle scuole, cosa che nei fatti vuoi per dimenticanza vuoi per le circostanze esterne che poi contaminano i ragazzi, non si riesce a fare totalmente. Ancora, la nascita di una coscienza collettiva. Scrivevo quando scoppiò la polemica di Feltri: ben vengano gli insulti se servissero non ad operare una storm di reazioni volgari ma la nascita di una vera coscienza collettiva del Meridione.

Coscienza collettiva?

 Ben vengano le dichiarazioni dei Feltri di turno. Le auspicherei se tanto fosse necessario, se tanto fosse sufficiente ad innescare nel popolo meridionale uno smuovere delle coscienze non provocando, attenzione, un ulteriore tsunami di insulti volgari sul Feltri di turno, bensì a creare un movimento di protesta nei confronti di una classe politica mai attenta alla crescita economica e sociale e collusa, sorda nei confronti di una disuguaglianza (economica) che ci rende meno produttivi, inadeguati, deboli alle lusinghe mafiose. Ma questo non accade.
Si formano gruppi di supporto ad intellettuali pseudo patriottici che fondano ragionamenti esclusivamente sui complotti ai danni del Sud. Nulla più.

E gli stessi dicono “non parliamo della ndrangheta, parliamo delle bellezze naturali” Sì, certo. E’ importante valorizzare le ricchezze che abbiamo la fortuna di avere, ma come si può fare questo se vige un sistema di appalti truccati, villaggi turistici affidati allo Stato per impedire riciclaggio di denaro e così via?

Come si può valorizzare il Sud se da anni gli stessi che si indignano votano per partiti politici che non hanno mai risollevato il meridione dalla miseria in cui si trova?

Non abbiamo idea di quale vento regionale sia migliore.
Siamo sudditi eterni che non vogliono spodestare il Re.

Per uscire da tale sudditanza, il Sud dovrebbe iniziare a rappresentarsi e volersi come Popolo. Le offese sono utili nella misura in cui aiutano a plasmare una coscienza collettiva.

Se questo non avviene è perchè non vi sono i presupposti materiali affinchè possa formarsi una Collettività del Meridione.

Non vi sono i presupposti economici in quanto se sono disoccupato non è la partecipazione politica priva di risorse quella che può salvarmi.

Non vi sono i presupposti di sicurezza in quanto un gruppo animato dai giusti ideali che fondi un partito nuovo dovrebbe scontrarsi con la criminalità organizzata e lavorare in pericolo di vita.

Non vi sono i presupposti di un movimento intellettuale operativo e utile in quanto questi affrontano il problema con le cantilene sul sud depredato: intellettuali a cui viene difficile affrontare il futuro, vedono soluzioni che sanno impossibili da concretizzare e guardano al passato.

Non vi sono i presupposti di coscienza del reale problema: e questo continuano a provocare gli scrittori meridionali che vogliono propinare ai conterranei la storiella di un’odierna società migliore delle altre.

Presupposti questi, dunque, che permetterebbero alla borghesia, che non è nè associazione nè popolazione onesta, di riscattarsi dalla zona grigia.

Società civile come polmone e rivoluzione culturale

La contiguità porta più danni allo Stato che vantaggi per il borghese in questione. Ma questo si può attenuare solo con una “rivoluzione” culturale, sostituendosi allo Stato che dai più non è ritenuto neppure degno di ricordare i giudici, ed in questa sconfiggere alla radice la mentalità mafiosa che è cosa diversa dall’associazione in sè. Sostituendosi persino ad una giurisprudenza che litiga.

Sfugge che in tale zona grigia vive e respira l’associazione mafiosa. Grazie a tale branca essa si propaga, persino nei settori, come la magistratura, in cui tale lotta dovrebbe iniziare e continuare; ma senza volere essere troppo idealista son cosciente del fatto che l’imprenditore-boss, oggi come ai tempi del pool anti mafia, rivestito d’invitanti possibilità, non trova il muro della Coscienza civile ad ostacolarlo.

Peraltro la discussione è di tendenza in questi giorni: un’antimafia che oggi è diventata “eccessiva” per i metodi, e di protagonismo dei magistrati. Io penso che mischiare le pecche umane con il ridimensionare fortemente il fenomeno, sia sbagliato, è sbagliato dire che la mafia non esiste più. Dunque passi lo sbaglio delle beghe in diretta televisiva che indebolisce la visione della lotta anti mafia, ma non passiamo da questo a negare tout court la gravità. Esiste, è diventata solo più subdola. Non agisce con il tritolo, si infiltra nella p.a.

Ma, si badi bene, lungi da me unirmi ai cori dei forcaioli che poco previgenti, urlarono alla pubblica vendetta per le scarcerazione di alcuni boss poi tornati in carcere. Diritto alla salute? Costituzione? Ideali di Stato di diritto? Concezioni rimaste oramai sui libri di filosofia.

Un avvelenamento consapevole

A voler sdoganare tale modo di agire, si dovrebbe ammettere in primis che la mentalità mafiosa è presente nelle scuole, nell’educazione familiare, nelle pubbliche amministrazioni, e che per questo l’assetto non funziona: i doveri civili vengono menoprevale la legge del più forte, o meglio  di colui che ha più agganci, cresce il fango con cui sporcarsi le mani, innescando così quella catena rovinosa, quel tumore che distrugge l’Italia dall’interno e che ha metastasi in ogni campo, da nord a sud.

 Un avvelenamento giornaliero grazie al quale alla fine si diventa immune al male.

Così l’abitudine a ricorrere all’aiuto di personalità influenti e di conseguenza a “vincere” in modi poco trasparenti è diventata la normalità, conosciuta e accettata. 

E se tutto ciò preoccupa me o altri, c’è di conseguenza quella parte di popolazione  che invece è parte integrante della malattia: a volte si travestono da rivoluzionari, da lottatori in contrasto col Sistema marcio, altre parti della totalità al contrario ostentano fieri il loro status, beffardi contro gli onesti, compatendo la loro illusione, non comprendendo però la differenza tra utopisti e costruttori. 

Non è facile immetterli in una categoria ben definita, parlandone però a me e forse a qualcun’altro verrebbe in mente una “prosa in poesia” esplicativa del concetto, riportata di seguito

“Avete facce di figli di papà. 

Vi odio come odio i vostri papà. 

Buona razza non mente. 

Avete lo stesso occhio cattivo. 

Siete pavidi, incerti, disperati 

(benissimo!) ma sapete anche come essere 

prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: 

prerogative piccolo-borghesi, cari.

[…]una sola cosa gli studenti realmente conoscono: 

il moralismo del padre magistrato o professionista, 

il teppismo conformista del fratello maggiore 

(naturalmente avviato per la strada del padre), 

l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini 

contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete. 

E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti: 

la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia 

prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione 

al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre 

sulla presa di potere.”

Pier Paolo Pasolini.

Non sono utili i finti rivoluzionari

Questo è quello che intendo: in un mondo in cui quelli descritti da Pasolini nel ‘68 sono ancora i detentori di ogni agevolazione, quello che chiediamo noi giovani sostenitori della meritocrazia è ascoltare il nostro appello e soprattutto metterlo in pratica: riuscire a costruire quello che le generazioni precedenti hanno distrutto, saccheggiato a figli e a nipoti, ossia una società non dormiente che riesca a risanare il marcio delle paludi statali, che punti sull’istruzione di menti abili, in un certo senso impostate a raggiungere il traguardo per merito e non grazie al buon vecchio clientelismo. Ripartiamo dalle scuole e dalle Università come luoghi di formazione in cui logos, pathos ed ethos sottraggono forza lavoro all’associazione mafiosa.

Vogliamo onestà e meritocrazia.

A qualcuno, com’è logico che sia in un posto in cui la strada più facile è abitudine consolidata, tutto ciò può sembrare mero ideale, a questi io pongo la domanda: siete disposti a far lottare, annaspare, emigrare i vostri figli per diritti che dovrebbero essere naturali, com’è toccato a noi?

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