Ripudiare la guerra vuol dire vergognarsi della guerra

Loading

Ai link di seguito gli articoli sull’evento con Piero Bevilacqua sul suo ultimo libro “La guerra mondiale a pezzi” https://www.lanuovacalabria.it/catanzaro-piero-bevilacqua-alla-libreria-ubik-con-anpi-dietro-la-guerra-le-mire-degli-usa https://www.ildot.it/news/guerra-e-unione-europea-nellincontro-con-bevilacqua-organizzato-dallanpi-catanzaro/

Il libro di Bevilacqua è composito e traccia un quadro globale delle problematiche che il nostre presente sta attraversando, dal versante internazionale a quello quasi “locale”, senza far passare mai in secondo piano come non ci sia nulla di locale di ciò che accade: solo ripercussioni che arrivano presto o tardi a tutti. Ho apprezzato, ed è molto importante farlo, il far ritornare al centro del dibattito il diritto internazionale. Un decadimento morale e giuridico su un doppio piano: la norma viene utilizzata per giustificare il sostegno all’Ucraina dagli Stati Uniti, con tutto il nascondimento di ciò che successe prima dell’invasione russa, cioè il maggiore aggressore di stati nazionali e sovrani, e che di fatto l’unica cosa che ha esportato su larga scala è il sentimento del soggetto “legibus solutus”, esente dal rispetto del diritto internazionale.

Ad oggi il diritto internazionale umanitario, il diritto a fare la guerra, (dovremmo porci delle domande sull’innata predisposizione dell’uomo e delle istituzioni a coltivare dentro sè il batterio della guerra), è sepolto sotto le macerie di Gaza. Ogni tipo di principio giuridico, per la prima volta dopo la guerra in Iugoslavia, viene violato ripetutamente e impunemente: il non aggredire la Croce rossa, il proteggere i civili perchè i bersagli militari devono essere altri, il rispetto dei processi nelle zone di guerra.

In Cisgiordania vengono giustiziati sommariamente dei bambini. Come a Gaza, anche per la guerra in Ucraina, le parole propagandate dai capi di Stato, dai parlamentari europei, dalla stampa, sono belligeranti, ciniche, succubi del mondo liberista che perpetua armi e affari. Il racconto, sulla nostra pelle, è che Putin non avrà conseguenze positive da un attacco nucleare, e così è sensato continuare. Che serve una pace giusta e duratura e che per la pace si combatte: la pace si costruisce con la pace.

La pace non può costruirsi fuggendo dal concetto giuridico di Stato di diritto, ossia quello che il nazionalismo di chi è oggi al Governo ci sta negando manganellando chi protesta (ddl Sicurezza) e smantellando ogni diritto salvo poi investire in armamenti.


Il fallimento dell’Unione europea è un altro tema delineato del libro in questione, siamo reduci da settimane in cui si è scesi in piazza per l’Europa liberista e armata, e paradossalmente si è visto molti e anche insospettabili riempirsi la bocca di Ventotene.
Il manifesto di Spinelli e Rossi non è una bandiera sventolata per un selfie dai parlamentari o dai partiti politici progressisti, che secondo quello stesso manifesto la loro battaglia l’hanno già persa da tempo: questo manifesto li avvertiva che se si fossero lasciati sfuggire il momento rivoluzionario e l’orrore della guerra nel popolo, le forze progressiste avrebbero perso la loro battaglia vedendo trionfare i nazionalismi e i fascismi.


La Costituzione italiana “ripudia” la guerra: nella parola ripudia c’è una radice latina che rimanda alla vergogna: ecco, il 2025 è l’anno in cui non ci si vergogna di usare parole del tipo guerriero, di leva per noi ragazzi, e che ragazzi stessi non abbiano interiorizzato l’odore di marcio della guerra, appunto, la vergogna del fallimento umano che è la guerra. Ancora peggio, il totale disinteresse per ciò che riguarda la vita pubblica, sociale, il futuro. Attualmente sto scrivendo una tesi sui migranti lavoratori e sono colpita dal fatto che finalmente si colleghi il fenomeno migratorio e i diritti dei lavoratori alla globalizzazione e alle guerra in un testo che non sia riservato ai soli studenti. L’Italia e l’Europa sono attraversata da una profonda diseguaglianza, con una povertà che aumenta esponenzialmente, il lavoro per lo più precario, caporalato, il lavoro subordinato piegato al fisco. Il lavoro è merce , l’essere umano è merce. Le norme tributarie sono a favore delle successioni ereditarie, a sfavore dell’operaio. Il migrante è causa del nostro strutturale essere coloni, del nostro occidocentrismo, ma rimane ancora l’uomo nero che ci ruba il lavora, non il soggetto che si occupa di zone e mestieri dimenticati.

Mentre siamo presi dalla corsa al guadagno che ci sconnette anche dalle opportunità dei nostri territori, abbiamo adottato modelli di comportamento e lavoristici che ci trasformano in catena di produzione. Produzione per chi? Per cosa? In tutto questo una domanda centrale: come fare a invertire la rotta? Le classi politiche, i sindacati, hanno abolito le parole che parlavano alle classi operaie, e bisogna chiedersi se sono in grado di recuperarle. Ci vergogniamo non della parola guerra, ma della parola classe, lotta di classe, femminismo (perchè si, i movimenti rivoluzionari sono sempre partiti dalle donne).

Spinelli e Rossi hanno scritto quel testo quando la realtà sembrava andare in un’altra direzione, quanto tutto diceva che i totalitarismi avrebbero vinto: noi siamo già arresi, senza neanche aver cominciato. La mia generazione forse ancor di più si è adagiata sugli allori, i dati dicono che siamo più progressisti, più consapevoli, ma più disabituati al conflitto anche verbale.

E quindi chiudo con questi interrogativi aperti, quanto e se siamo disposti a cambiare il linguaggio, a tornare a mettere al centro il diritto e nella specie i diritti umani, se possono tornare a non essere derisi nel linguaggio comune come se fossero delle magie, a capire che non esiste un’alternativa che non sia quella giuridica e istituzionale per ricostruire fiducia fra organismi intermedi e cittadino, e che per questa sì, bisogna lottare e opporre resistenza, ma non con le bombe nè con i sacrifici che ci vengono richiesti oggi.

Potrebbe piacerti anche