Scritti onirici: Tokyo drift x Night carp by Carl Randall

Scritti onirici: Tokyo drift x Night carp by Carl Randall


https://www.carlrandall.com/

https://en.wikipedia.org/wiki/Carl_Randall

Un anticipato ringraziamento a Carl Randall che mi ha concesso questo prezioso affiancamento.

Ho sognato di questo.

Soggiornavo in una casa vecchia, con la muffa nera alle pareti, alle finestre Tokyo ancora sgangherata coi mille fili neri, spaghetteria del cielo, da casa a casa.

Non era casa mia e ne odiavo l’odore, lo sfatto in ogni angolo. Ospite di un’amica, suo fratello continuava a lamentarsi con me del suo lavoro, continuava a guardarmi insistente e molesto le caviglie, poi dai polsi agli occhi: cercava un appiglio esile, un ricambio di sguardi o un profluvio di empatia che potesse restituirgli un grammo di vita, parassitismo che puoi riconoscere solo dopo averlo tollerato qualche volta di troppo. Io fingevo di non vedere. Chissà perché si pensa sia meglio non provocare la bestia umana. -Fingiti morta, mi ripetevo. –

Un giorno di nuvole piene va via di casa: vedi, mi dice, adesso il letto l’ho sistemato, perché vado via. Me ne vado anch’io, lascio la sfattezza di quel tugurio, le finestre annebbiate, ingiallite dai fumi tossici. Siedo sollevata ed estenuata su di un trasporto vecchio, baldanzoso, attraverso una strada sterrata, ai fianchi di questa mi accompagnano la melma chiara, sabbie mobili, un’unica palude sterminata con un solo grande albero, rinverdito forse dai corpi inghiottiti. Il trasporto si capovolge ed io finisco a nuotare in quel pantano, ma di questo non ho memoria, perché trasmuto.

La sorella dell’ impudico, la mia amica, arriva avvolta in un vestito tradizionale – leggera nel passo come i crepuscoli di settembre – seta rosso scarlatto con enormi fiori bianchi dipinti a mano. La maestria della cura. Il viso chiaro come cosparso di polvere di stelle. Ora io sono lei. E mi cerco. Mi vedo nella melma. La mia amica rosso scarlatto è la mia altra metà, penso. Quella coraggiosa, impavida. Quella con le forbici da sarta in mano, lo sguardo imprudente, a raffronto senza perizia. Non teme nessuno. È l’avvocato delle anime perse nella palude ghiotta. Che fortuna, che gran regalo anima mia. Malgrado il buio imperterrito torni sulla faccia del mondo, a furia di seppellire la ragazzina timorosa nel bitume, ci siamo vestite di splendore, gli occhi calati nello stupore, sbocciate dal niente come in quel film di Takahata.

E tuttavia il mio viaggio è apoditticamente plurale e pluralista, multiculturale e asfissiante. Tokyo è solo il più recente pit stop fra mille altri sogni sognati o immaginati.

Li chiamano forse pensieri intrusivi: i miei intrusivi respirano a battiti irregolari, se li soffoco durante il giorno- da brava allieva tento di controllare la mente- le pagine dei manuali ne provocano l’ascesa. La legalità socialista col sistema anticapitalista mi fa tornare alla Russia, l’ordinamento da valutare nella sua globalità con consequenziale svalutazione di teorie rigide, formaliste, mi restituisce aspra al globo e sue particolarità malvagie: terra e cielo, sospesi, miracolo dei miracoli, eppure non riusciamo ad avanzare senza crudeltà o corruzioni nell’anima, nella parola ai popoli sofferenti.

Osservatrice aggravata: Il mio primo libro edizioni AttraVerso in preordine

Ogni qual volta, nel mondo mattutino e amaro, io senta voci terrene alla radio parlare di armi, rimpiango l’onirico. Profetizzo il cavaliere dell’apocalisse discendere. Ho assistito da una collina calabrese ad una pandemia prona a falciare, come il disegno della Smith. Nelle notti che sembravano uguali ai giorni ho scritto e terminato la mia prima opera, un testamento per i giorni che sarebbero poi tornati al respiro: non sognavo di inquietudini in quel periodo, mi era chiaro che il nemico fosse altro fuori da noi.

Ora osservo e ascolto, collerica e rassegnata, come un metallo ardente raffreddato nel ghiaccio, la stupidità e la cupidigia: il passato che si riverbera nel presente davvero. Le profezie erano rassicuranti nella loro assurdità: e se invece fossimo noi dalla parte dell’assurdo, e il trascendente fosse l’unica ragione da ascoltare?

Il selciato è tracciato, fra passi decisi e inversioni di marcia, ricordi di bambina memorie e traumi: il sogno è la mia mescolanza fantasiosa, quel che rimane di una bambina che inventava fiabe e le trascriveva al computer.

La fiaba e la fantasia, il dolce e l’amaro: tutto ciò che non oso accogliere a braccia aperte durante la metodologia disciplinata da adottare, lo trasformo in sogno.

È come partire sapendo che accadrà l’inaspettato.

È voler riposare da me stessa e trovarmi centuplicata, aggravata.

È il mio paradigma.

Il metro di paragone che uso per le realtà caleidoscopiche: l’apparato digerente del pensiero soffocato o bistrattato.

Allora mi rendo conto, in un mattino in cui il plotone mortifero della banalità avanza, che ho sognato Tokyo come riflesso delle città bombardate e ancora da ricostruire, della periferia romana anni sessanta, delle strade polverose di Bangalore, come specchio del rione di Elena Ferrante che mi repelle e m’affascina. Mi sveglio con la guancia sul cuscino, la fronte corrugata e il mal di testa: pure nel sonno il rimuginio non mi ha abbandonata.

La mia amica di rosso vestita altro non era che la salvezza del mondo, l’unguento per le ferite della povertà, la liberazione dalla grettezza, un terzo occhio universale imponibile erga omnes. La possibilità, trovata lungo le vie del vento, di un sogno realizzato.

Sarà per questo che rimarrà un sogno, l’appuntamento fisso con un’ ossessione.

È già venuto o verrà

un giorno

dissimile da tutti quelli del creato

compiuto o in via di costruzione

che sia cristallino e specchiato

che si muoia di vecchiaia soltanto

che un bambino o un verso

di beltà e purezza così tanto

illumini questa galassia

che il moto cambi,

così colmo d’amore riflesso

nei mille angoli del pianeta

blu,

che ci libreremo volani-

immagina un sollievo grande miliardi-

liberi dal giogo della storia

dal circolo del tempo.

Valentina Falsetta, inedito 2022

RIPRODUZIONE RISERVATA

ENGLISH

“Night Carp”, Carl Randall, oil on canvas. https://www.carlrandall.com/

https://en.wikipedia.org/wiki/Carl_Randall

Thanks in advance to Carl Randall

I dreamed of this.

I stayed in an old house, with black mold on the walls, Tokyo still ramshackle at the windows with a thousand black threads, spaghetti from the sky, from home to home.

It was not my home and I hated the smell of it, unmade in every corner. Guest of a friend, her brother continued to complain to me about his work, he continued to look insistently and harassing my ankles, then from the wrists to the eyes: he was looking for a slender grip, a return of glances or a flood of empathy that could give him back a gram of life, parasitism that you can recognize only after having tolerated it a few times too much. I pretended not to see. Who knows why it is thought better not to provoke the human beast. – Play dead, I repeated to myself. –

One day of full clouds he leaves home: you see, he tells me, now I have made up the bed, because I am going away. I’m leaving too, leaving the unevenness of that hovel, the foggy windows, yellowed by toxic fumes. I sit uplifted and exhausted on an old, bold transport, across a dirt road, at the sides of this one I am accompanied by the clear mud, quicksand, a single endless swamp with a single large tree, green perhaps by the swallowed bodies. The transport overturns and I end up swimming in that quagmire, but I have no memory of this, because I transmute.

The sister of the shameless, my friend, arrives wrapped in a traditional dress – as light in the step as the September twilights – scarlet red silk with huge hand-painted white flowers. The mastery of care. The clear face as if sprinkled with stardust. Now I am her. And I look for myself. I see myself in the mud. My scarlet friend is my other half, I think. The brave, fearless one. The one with the dressmaker’s scissors in her hand, the imprudent look, in comparison without expertise. He fears no one. He is the advocate of the souls lost in the gluttonous swamp. What luck, what a great gift my soul. Despite the undeterred darkness returning to the face of the world, by dint of burying the fearful girl in the bitumen, we dressed in splendor, our eyes dropped in amazement, blossomed from nothing like in that Takahata film.

And yet my journey is apodictically plural and pluralistic, multicultural and suffocating. Tokyo is just the most recent pit stop among a thousand other dreamed or imagined dreams.

Perhaps they call them intrusive thoughts: my intruders breathe in irregular beats, if I suffocate them during the day – as a good student I try to control my mind – the pages of the manuals cause them to rise. The socialist legality with the anti-capitalist system makes me return to Russia, the system to be evaluated in its entirety with consequential devaluation of rigid, formalist theories, gives me back to the globe harsh and its evil peculiarities: earth and sky, suspended, miracle of miracles, yet we are unable to advance without cruelty or corruption in the soul, in the word to the suffering peoples.
Whenever, in the morning and bitter world, I hear earthly voices on the radio talking about weapons, I regret the dream. I prophesy the horseman of the apocalypse to descend. I witnessed a pandemic prone to mow from a Calabrian hill, like the drawing of the Smith. In the nights that seemed the same as the days I wrote and finished my first work, a testament for the days that would then return to breathing: I did not dream of restlessness in that period, it was clear to me that the enemy was other than us.

Now I observe and listen, angry and resigned, like a burning metal cooled in ice, the stupidity and greed: the past reverberating in the present really. The prophecies were reassuring in their absurdity: what if instead we were on the side of the absurd, and the transcendent was the only reason to listen?

The pavement is traced, between decisive steps and reversals, memories of a child, memories and traumas: the dream is my imaginative mixture, what remains of a child who invented fairy tales and transcribed them on the computer.

The fairy tale and the fantasy, the sweet and the bitter: everything that I dare not welcome with open arms during the disciplined methodology to be adopted, I transform into a dream.

It’s like leaving knowing that the unexpected will happen.

It is wanting to rest from myself and find myself a hundredfold, aggravated.

It is my paradigm.

The yardstick I use for kaleidoscopic realities: the digestive system of suffocated or mistreated thought.

Then I realize, on a morning when the deadly platoon of banality advances, that I dreamed of Tokyo as a reflection of the bombed cities and yet to be rebuilt, of the Roman suburbs of the sixties, of the dusty streets of Bangalore, as a mirror of Elena Ferrante’s neighborhood. that repels me and fascinates me. I wake up with my cheek on the pillow, my forehead furrowed and a headache: even in my sleep, brooding has not left me.

My friend dressed in red was nothing more than the salvation of the world, the ointment for the wounds of poverty, liberation from narrow-mindedness, a universal third eye taxable erga omnes. The possibility, found along the wind paths, of a dream come true.

That may be why it will remain a dream, the fixed appointment with an obsession.

It has already come or it will come

one day

unlike all those of creation

completed or under construction

that is crystal clear and mirrored

only die of old age

than a child or a verse

of beauty and purity so much

you light up this galaxy

that the motion changes,

so full of reflected love

in the thousand corners of the planet

blue,

that we will fly flying-

imagine a big billion relief-

free from the yoke of history

from the circle of time.

Valentina Falsetta, unpublished 2022

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