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My Body

Prima delle vacanze natalizie io e mia sorella discutevamo dei libri da comprare, le dissi che ero molto curiosa di leggere la raccolta di saggi di Emily Ratajkowski dal titolo “My body”.

La seguivo da un po’ di anni ed apprezzavo la mente imprenditoriale dietro il brand Inamorata e l’attivismo politico, per ultimo ma non per importanza la disinvoltura con cui mi pareva abitare se stessa.

È una supermodella, un’attrice: i suoi scatti non li ho mai giudicati come un qualcosa di strano o estraneo a quella che è la sua carriera.

Vivo in Italia e sono abituata a veder nascere influencer che negli stessi scatti di @emrata sempre mi comunicano quella voglia cieca di approvazione e di ingaggi e che peraltro non paragono alla vita da supermodella ed è stata dunque una sorpresa per me, alla luce di questo antefatto, scoprire, leggere, dei dubbi riguardo la mercificazione del suo corpo. Perché per me il suo mestiere è degnissimo di stima.

Eppure srotola nel libro disdegno verso quel mondo capitalista di cui lei stessa è parte e soprattutto verso la sua versione più giovane che fece salti mortali per compiacere, per farsi approvare e validare, per risultare una donna “non rabbiosa”. Disprezza il modo in cui il suo corpo le faccia guadagnare da vivere, tanto da sentire la necessità di giustificarsi quando qualcuno le chiede informazioni in merito. A ritroso nel tempo parole della madre riecheggiano pesantissime, pur senza suo commento, come a trovare l’origine di quel bisogno disperato echeggiante nelle sue preghiere di bambina: “ti prego dio, voglio essere bellissima”. Un cammino fatto di confini mancanti fra sè e gli altri, una vulnerabilità esposta al lettore meritevole di applausi, l’inadeguatezza nel sentirsi un corpo, solo un corpo, privo di potere, solo oggetto alla mercè dell’uomo potente di turno, mai voce rispettabile. “In realtà- dice l’ex manager in un’intervista- era una ragazza intelligente.”

La sua versione più matura ripercorre gli abusi del passato tenendo a mente una cosa importantissima: “come vorrei che qualcuno mi avesse insegnato che potevo dire no, che non dovevo niente a nessuno, che potevo incazzarmi.”

Non lo nego, avanzare fra alcune pagine è stato dolorosissimo. Mi ha ricordato la versione di me stessa più piccola, più vulnerabile e meno assertiva che, proprio come l’autrice, vorrei chiudere nel cassetto più buio della memoria. Mi è rimasta addosso una certa sensazione, ben conosciuta, di umidità e marcio; in parte perché mi sono resa conto- non che non ne avessi consapevolezza già prima- che viviamo tutte la stessa dinamica e lo stesso percorso- variegato ma uguale- di crescita personale e consapevolezza di sè, in parte perché vorrei che la sensibilità fosse materia di studio negli anni di scuola.

Mai nella mia vita ho avuto il desiderio di postare commenti sotto altrui foto contenenti cattiverie o desideri espliciti, neanche se la persona in questione avesse avuto 30 milioni di follower. Credo che la fama non sia un qualcosa che divide l’altra persona dall’umanità e dall’umano sentire. L’autrice lo spiega bene quando racconta di un commento riguardo la sua parte nel film Gone Girl di David Finch: “g0diti i tuoi 15 minuti di gloria ottenuti spogliandoti”; oppure, ancora, dell’episodio di revenge porn e della sua matrice punitiva, impattante a tal punto che concede diritti all’ex fidanzato sulla bozza di un’opera d’arte (ritraente lei stessa), pur di non rivivere l’incubo.

Il tema del corpo femminile come oggetto di piacere, mi rendo conto, è davvero difficile da trattare e comprendere, ecco perché l’autrice stessa dichiara di non avere tutte le risposte alle domande che si pongono nel libro. Credo sia emblematico- mi è rimasto particolarmente impressa- l’immagine di una giovanissima modella che come reazione al disagio sfrega i piedi come faceva da bambina e che il fotografo al suo fianco, persino in un gesto innocente, veda lo sfondo sessuale- una sessualizzazione non richiesta- lo stesso uomo che abuserà del suo alterato stato psico fisico e anni dopo, a carriera già avviata, rivenderà quelle polaroid in un libro dal successo globale, senza che la modella ritratta ne abbia autorizzato l’uso o ne possa ricavare. “Odio come quando penso a quel gesto mi venga in mente anche lui” . Fa ancora più male sapere che per i più questa è un’esagerazione. Non conoscono la sensazione del vivere una giornata tranquilla ed essere sessualizzata fuori contesto.

Amo come abbia inserito nel quadro marcio l’amore di suo marito, amo il fatto evidenziato che modelle più vestite- se misuriamo le donne in base alla loro copertura- si siano fatte regalare gioielli per 8 milioni di dollari, l’immagine delle donne islamiche sulla spiaggia tropicale coperte da capo a piedi e la domanda finale: ma, alla fine, chi fra di noi è davvero libera?

A mio avviso, semplicemente, siamo libere tutte se le nostre gesta sono non condizionate dal bisogno di compiacere altri. Siamo libere ed emancipate in burkini, nude, imprenditrici e modelle, modelle e avvocati come la Kardashian: è necessaria la consapevolezza di un Potere che non deriva da qualcosa fuori di sè.

E’ di un’importanza estrema leggere libri di questo genere. E’ importante educarsi ed educare, sapere di non aver vissuto da sole certe dinamiche. E’ importante soprattutto per imparare a non rimanere in silenzio quando ci sentiamo a disagio, quando una certa sensazione di disconfort ci rimane ancorata e nonostante tentiamo di rimuoverla, un mattino si ripresenta senza chiedere autorizzazione. E’ vero, non possiamo mutare gli eventi del passato, ma possiamo diventare migliori.

“Sly, cui è dedicato questo libro. L’ho scritto mente crescevi dentro me, sperando di diventare la miglior versione di me stessa, per te.”

Riproduzione riservata

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Published in Attualità Opere letterarie

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