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Perchè sto con Israele.

A cosa serve la memoria di un giorno?

A chi giova fare i saltimbanchi nelle trasmissioni tv salvo passare alla sponda opposta il giorno seguente?

Ho letto una frase girovagando su Facebook: “Non stare con gli ebrei morti se non stai con quelli vivi”.

 Ho letto anche che all’università di Torino si è tenuto un convegno dall’infausto titolo: “Israele e lo sfruttamento dell’olocausto”.

Di altri esempi ce ne sarebbero da fare: dovrei citare i negazionisti, la Mogherini che copre i capelli davanti all’Iran che fa dell’antisemitismo colonna portante del regime-lo stesso regime che le donne iraniane stanno combattendo-per l’ennesima volta, togliendosi il velo e rivendicando il sacrosanto diritto di vedere il sole e fare il bagno in bikini.

Noi come la Mogherini, al contrario delle iraniane, il velo lo indossiamo simbolicamente. Prime fra tutte le presunte femministe che sostengono il diritto di indossare il burka o l’hijab, anzichè sostenere le proteste delle nostre sorelle. Tant’è che sfido chiunque a trovare commenti delle autorità femminili o maschili dello Stato a loro sostegno, di conseguenza è facile capire da che parte stia l’Italia dal 28 gennaio al 26 gennaio seguente.

Ci veliamo talmente bene che non riusciamo a distinguere più l’obbligo dal libero arbitrio, il giusto dalle mode falsamente progressiste, la democrazia dalla teocrazia; per spiegare le mie ragioni è bene fare un breve excursus storico, oggettivo, mettendo da parte le fake news che da anni propinano i partiti politici.

I Sionisti, è importante precisarlo, furono più mercanti che militari conquistatori: il progetto iniziale che realizzarono fu quello di comprare (grazie al Fondo nazionale ebraico) terreno dopo terreno, aziende agricole, case, e soprattutto bonificare le paludi, risanare il deserto; non avrebbe potuto esserci altro modo dal momento che non possedevano un esercito. Fu solo quando  l’Inghilterra rinunció alla Palestina nel ‘48 e i Paesi arabi iniziarono a voler espellere i sionisti, che ricorrettero alle armi. 

Dunque sarebbe cosa saggia e giusta smetterla di ripetere il mantra “Gli ebrei hanno espulso gli arabi e rubato la loro terra”: d’altro canto più volte la ripartizione della Palestina non è andata a buon fine, o meglio, l’accordo non fu accettato dagli arabi gettando così nel fumo un’equa ripartizione, tenendo in considerazione che gli ebrei vivono a Gerusalemme da tremila anni, i palestinesi sono anch’essi immigrati economici, e dal 1950 mai nella storia si vide una tale convivenza delle tre religioni nello stesso territorio.

Gli arabo-palestinesi che convivono con gli ebrei  stanno meglio di chi continua a seguire l’Olp e Hamas, i quali si fanno forti dell’ipocrita appoggio europeo, persino cattolico, col risultato di  una guerra senza fine e una trattativa di pace mai iniziata.

Citando le parole della giornalista Fiamma Nirestein in merito all’ambasciata Usa a Gerusalemme: “I palestinesi continueranno a governare i loro luoghi sacri, i cristiani custodiranno il santo sepolcro, i medici palestinesi cureranno negli ospedali israeliani e gli arabi continueranno a sedere nella Knesset.”

Vivono meglio perchè non seguono una guerra folle, “la Lotta per l’Unità araba”,  per quale unità ce lo siamo mai chiesti? Sostanzialmente non è mai esistita e mai esisterà un’unità araba.  

Dai tempi della creazione dell’Olp fino ad arrivare ai nostri giorni queste pseudo fazioni, partiti armati, non fanno altro che distruggersi in guerre intestine, talmente ignoranti che sostengono la causa senza conoscere e volere definire i confini della loro Palestina, talmente accecati dall’odio e dalle idee insegnate loro fin da bambini da non voler capire che stanno continuando un guerra voluta dal Pinochet  Mediorientale: Yassir Arafat.

Un uomo sempre in divisa e col fucile in spalla, a cui -cito le sue parole- non interessa nulla dei civili perché anch’essi colpevoli, al quale non importa il progresso sociale, scientifico, culturale, come del resto al suo popolo – o dovrei chiamarlo gregge berciante- l’unica cosa per cui vale la pena investire tempo e denaro è la lotta allo stato di Israele.

E così continua ad essere col successore Abu Mazen, nulla è cambiato: tempo fa ad una proposta da parte degli USA di rimborso per le terre perdute, ha fatto intendere che preferisce non ricevere più aiuto economico dagli Stati Uniti piuttosto che togliere Gerusalemme dal tavolo della discussione.

 E poco importa se Israele difenda il popolo da anni ormai dai missili di Hamas, dai kamikaze, qualche volta anche curando loro le ferite,  propone più volte accordi, ci sarà sempre una Mogherini pronta a indossare il velo e negare che l’Italia ha rapporti quotidiani con le istituzioni di Israele a Gerusalemme (implicito quindi che questa sia legata ad Israele e non ai palestinesi), un Unesco a giustificare gli accordi negati, un’Europa contro un faro democratico: qualsiasi scelleratezza pur di tenere buoni i kamikaze, gli aerei dirottati. 

Lasciatemi dire, alla luce di tutto quanto, che il giorno della memoria serve più ai carnefici che agli ebrei, utile ad indossare per ventiquattro misere ore la maschera del pentimento per le leggi razziali, salvo poi appoggiare la fazione opposta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Published in Attualità

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